Infortunistica stradale
a cura dell'Avv. Antonio Carrera

Danni in materia civile - Morte dopo un apprezzabile lasso di tempo dall’evento
(Corte di cassazione - sezione III civile; sentenza 16 maggio 2003, n. 7632;
Pres. FIDUCCIA, P.M. FINOCCHI GHERSI)
)

Svolgimento del processo

Con citazione notificata il 28 novembre 1995, Dalla Costa Antonio, Zanin Angelina, Dalla Costa Vannia, Duso Domenica, e Zanin Marco, in proprio, e Zanin Angela e Zanin Marco, quali eredi della madre Pierantoni Annamaria, nonna di Dalla Costa Diego, esponeva che il loro congiunto Dalla Costa Diego, mentre percorreva il 13 aprile 1995, una via del centro abitato di Fara Vicentino, veniva in collisione con l'autovettura Mercedes condotta da Tedeschi Giuseppe, di proprietà dello studio tecnico di Giuseppe Tedeschi s.n.c. ed assicurata con La Previdente s.p.a., che, uscendo a retromarcia da un accesso privato, si immetteva con manovra di svolta a sinistra sulla pubblica via, intersecando la traiettoria di marcia del motociclista Dalla Costa, che cadeva sulla carreggiata, finendo nella corsia opposta, ove veniva travolto dal semirimorchio di proprietà di Chiarcosso Sandro, trainato dalla matrice condotta da Maoret Luigi e di proprietà dell'Autotrasporti Chiarcosso s.r.l., assicurata con L'Italica s.p.a.; che il Dalla Costa Diego riportava lesioni gravissime e, sottoposto a vari interventi chirurgici, decedeva dopo 10 giorni.
Gli attori, pertanto, convenivano davanti al Tribunale di Vicenza i vari suddetti convenuti per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni, che quantificavano nell'importo complessivo di lire 1.399.000.000.
Si costituivano i convenuti che resistevano alla domanda.
Il Tribunale di Vicenza, con sentenza 1° luglio 1998, accertata l'esclusiva responsabilità del Tedeschi nella produzione dell'evento, condannava questi, lo studio tecnico di Giuseppe Tedeschi s.n.c. e La Previdente assicurazioni, al risarcimento dei danni nella misura di lire 246.000.000, già detratto l'acconto di lire 200.000.000 versato da La Previdente, oltre agli interessi legali. Rigettava la domanda contro Maoret Luigi e gli, altri convenuti, condannando gli attori al pagamento delle spese processuali.
Avverso questa sentenza proponevano appello gli attori. La Corte d'appello di Venezia, con sentenza depositata il 18 febbraio 2000, condannava Tedeschi, lo studio Tedeschi s.n.c. e La Previdente al pagamento della residua somma di lire 305.000.000, con gli interessi legali e rivalutazione, secondo i criteri ivi indicati.
Riteneva la corte di merito che il danno biologico iure hereditatis, richiesto dagli attori e riconosciuto dal tribunale, non poteva essere liquidato in complessive lire 630.000 per giorni 10 di sopravvivenza della vittima e cioè nella misura di lire 63.000 al giorno, come ritenuto dal primo giudice, tenuto conto che esso era massimo nella sua entità, avendo le lesioni portato a morte il ragazzo, nonostante la breve durata di giorni 10. Pertanto detto danno biologico veniva liquidato in lire 62.500.000.
Riteneva il giudice di appello che era equa la liquidazione del danno morale riportato dal ragazzo in detti 10 giorni, nella misura di lire 30.000.000, già liquidata dal tribunale; riliquidava il danno morale subìto dai prossimi congiunti nella misura complessiva di lire 326.000.000, e rigettava l'appello degli attori avverso la condanna al pagamento delle spese in favore di Maoret, Chiarcosso, Autotrasporti Chiarcosso e L'Italica s.p.a., poiché gli attori erano soccombenti rispetto agli stessi, in cui favore condannava gli appellanti anche al pagamento delle spese processuali di secondo grado.
Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione gli attori.
Resiste con controricorso esclusivamente la Ras s.p.a., incorporante L'Italica s.p.a.
Entrambe le parti hanno presentato memorie. Non si sono costituiti gli altri intimati.

Motivi della decisione

1.1. - Con il primo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all'art. 360, n.3, c.p.c., con particolare riguardo al risarcimento del danno da morte. Assumono i ricorrenti che erratamente la sentenza impugnata ha ritenuto l'irrisarcibilità a norma dell'art. 2043 c.c. del danno da morte. Ritengono i ricorrenti che, costituendo il diritto alla vita il massimo diritto inviolabile dell'uomo, a norma dell'art. 2 Cost., nonché dei trattati internazionali ratificati dall'Italia ed ai quali il nostro ordinamento si deve necessariamente armonizzare a norma dell'art. 10 Cost., la perdita della vita va necessariamente risarcita a norma dell'art. 2043 c.c. per la lesione in sé e non per le conseguenze negative, patrimoniali, non patrimoniali o esistenziali.
1.2. - In ogni caso lamentano i ricorrenti che, essendo intervenuta la morte, come conseguenza delle lesioni causate dal fatto illecito, dopo 10 giorni, il diritto al risarcimento del danno biologico era ormai interamente entrato nel patrimonio della vittima Diego Dalla Costa e che pertanto poteva essere domandato per l'intero dai suoi eredi, attuali ricorrenti.
2.1. - Ritiene questa corte che il motivo sia infondato e che, quindi, vada rigettato.
Infatti la domanda di risarcimento del danno «da perdita del diritto alla vita» subito dal de cuius e da questi trasmesso agli eredi è infondata. Infatti come questa corte ha più volte rilevato in tema di danno biologico, richiesto iure hereditatis, ma il discorso è identico per la richiesta di danno da perdita del diritto alla vita, detto anche danno tanatologico, la lesione dell'integrità fisica con esito letale, intervenuto immediatamente o a breve distanza di tempo dall'evento lesivo, non è configurabile quale danno biologico, dal momento che la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita, la cui perdita, per il definitivo venir meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, non rilevando in contrario la mancanza di tutela privatistica del diritto alla vita (peraltro protetto con lo strumento della sanzione penale), attesa la funzione non sanzionatoria ma di reintegrazione e riparazione di effettivi pregiudizi svolta dal risarcimento del danno, e la conseguente impossibilità che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, esso operi quando tale persona abbia cessato di esistere (Cass. 25 febbraio 2000, n. 2134, Foro it., Rep. 2000, voce Danni civili, n. 169; 25 febbraio 1997, n. 1704, id., Rep. 1997, voce cit., n. 180; 20 gennaio 1999, n. 491, id., Rep. 2001, voce cit., n. 150; 10 settembre 1998, n. 8970, id., Rep. 1999, voce cit., n. 202; Corte cost. 372194, id., 1994, I, 3297).
2.2. - Per il bene della vita è inconcepibile una forma di risarcimento anche solo per equivalente (Cass. 14 febbraio 2000, n.1633, id., Rep. 2001, voce cit., n. 149): infatti, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, è impossibile un risarcimento per equivalente, che operi quando tale persona abbia cessato di esistere.
2.3. - Inoltre, attraverso questa via, tenuto conto che il sogg;etto che perde la vita non è in grado di acquistare un diritto risarcitorio, perché finché è in vita non vi è perdita e quando è morto da una parte non è titolare di alcun diritto e dall'altra non in grado di acquistarne, si finirebbe per assegnare alla tutela dell'art. 2043 c.c. una funzione solo sanzionatrice (o di pena privata), mentre pacificamente la sua funzione è quella risarcitoria.
2.4. - Né si può ritenere, come sostengono i ricorrenti, che il predetto orientamento si pone in contrasto con l'art. 2 Cost., con la convenzione europea sui diritti dell'uomo del 4 novembre 1950, con la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre 1948, con il patto internazionale sui diritti civili e politici, del 16 dicembre 1966, tutti ratificati dall'Italia, con apposite leggi. Infatti, a parte il rilievo che detto orientamento è stato fatto proprio dalla Corte costituzionale con sentenza 372/94, va osservato che il sistema risarcitorio non è l'unico mezzo di tutela e che nel nostro ordinamento il diritto alla vita è ampiamente tutelato in sede penale (ex multis, art. 575 e 589 c.p.) e la sanzione penale è la massima forma di reazione dell'ordinamento ad un illecito.
2.5. - Non esistono dunque nel nostro ordinamento né lacune né contrasti con l'ordinamento comunitario; e ciò a prescindere dalla risolutiva osservazione che il giudice nazionale può disapplicare norme interne in contrasto con l'ordinamento comunitario, ma non può «creare in via interpretativa» norme attributive di diritti, se questi non siano previsti da fonti comunitarie ad efficacia orizzontale.
3.1. - Infondata è anche la seconda censura secondo cui, essendo decorso un apprezzabile lasso di tempo (dieci giorni) tra il fatto illecito (sinistro stradale) ed il decesso della vittima, il diritto al risarcimento del danno biologico sarebbe entrato per intero nel patrimonio del de cuius e non limitatamente a detto periodo, con la conseguenza che esso passerebbe per intero nel patrimonio degli eredi. Infatti, come questa corte ha già affermato, nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse è configurabile un danno biologico risarcibile subìto dal danneggiato, da liquidarsi in relazione all'effettiva menomazione dell'integrità psicofisica da lui patita per il periodo di tempo indicato, e il diritto del danneggiato a conseguire il risarcimento è trasmissibile agli eredi che potranno agire in giudizio nei confronti del danneggiante iure hereditatis (Cass. 10 febbraio 1999, n. 1131, id., Rep. 1999, voce cit., n. 205; 26 settembre 1997, n. 9470, id., Rep. 1998, voce cit., n. 173).
3.2. - Assumere, come mostrano di ritenere i ricorrenti, che il risarcimento del danno biologico, cui consegua la morte, è dovuto per intero (come se il soggetto avesse raggiunto la durata di vita conforme alle speranze) nel caso in cui il decesso è conseguenza delle lesioni, non è corretto perché esclude uno degli elementi costitutivi del danno risarcibile: e cioè la durata di esso. Poiché, secondo i più recenti orientamenti, anche il danno biologico è una perdita (del bene salute), non può dar luogo allo stesso risultato risarcitorio risentire di questa perdita del bene salute nella misura del cento per cento per alcuni giorni/mesi o per l'intera durata della vita media.
3.3. - Se la morte è stata causata dalle lesioni, l'unico danno biologico risarcibile è quello correlato dall'inabilità temporanea, in quanto per definizione non è in questo caso concepibile un danno biologico da invalidità permanente. Infatti, secondo i principi medico-legali, a qualsiasi lesione dell'integrità psicofisica consegue sempre un periodo d'invalidità temporanea, alla quale può conseguire talora un'invalidità permanente. Per l'esattezza l'invalidità permanente si considera insorta allorché, dopo che la malattia ha compiuto il suo decorso, l'individuo non sia riuscito a riacquistare la sua completa validità. Il consolidarsi di postumi permanenti può quindi mancare in due casi: o quando, cessata la malattia, questa risulti guarita senza reliquati; ovvero quando la malattia si risolva con esito letale. La nozione medico-legale di «invalidità permanente» presuppone, dunque, che la malattia sia cessata, e che l'organismo abbia riacquistato il suo equilibrio, magari alterato, ma stabile. Si intende, pertanto, come nell'ipotesi di morte causata dalle lesioni, non sia configurabile alcuna invalidità permanente in senso medico-legale: la malattia, infatti, non si risolve con esiti permanenti, ma determina la morte dell'individuo. Ne consegue che quando la morte è causata dalle lesioni, dopo un apprezzabile lasso di tempo, il danneggiato acquisisce (e quindi trasferisce agli eredi) soltanto il diritto al risarcimento del danno biologico da inabilità temporanea e per il tempo di permanenza in vita.
3.4. - Ovviamente, come correttamente ha effettuato la corte di merito, la quantificazione del danno biologico da inabilità temporanea assoluta subìto dal de cuius nell'apprezzabile intervallo di tempo tra la lesione del bene salute e la morte conseguente a tali lesioni, va operata tenendo presenti le caratteristiche peculiari di questo pregiudizio, costituite dal fatto che si tratta di un danno alla salute che, se pure è temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità. Di tanto il giudice di merito dovrà necessariamente tener conto, sia se applica il criterio di liquidazione equitativa, c.d. «puro», sia se applica i criteri di liquidazione tabellare o a punti, poiché, come questa corte ha più volte ribadito, la legittimità dell'utilizzazione di detti ultimi sistemi liquidatori, essendo fondata sempre sul potere di liquidazione equitativa del giudice, passa necessariamente attraverso la c.d. «personalizzazione» degli stessi, costituita dall'adeguamento al caso concreto (Cass. 22 maggio 1998, n. 5134, ibid., n. 238; 16 novembre 1998, n. 11532, id., Rep. 1999, voce cit., n. 245; 11 novembre 1996, n. 9835, id., Rep. 1996, voce cit., nn. 188, 214; 14 maggio 1997, n. 4236, id., Rep. 1997, voce cit., n. 225). La peculiarità del «danno biologico terminale» è che esso è di tale entità ed intensità da condurre a morte un soggetto in un limitato, sia pure apprezzabile, lasso di tempo.
3.5. - Qui non si vuole far rientrare - per così dire - dalla finestra quello che è stato cacciato dalla porta (il danno tanatologico). L'evento morte non rileva di per sé ai fini del risarcimento, per tutte le ragioni suddette, mentre rilevano esclusivamente due fattori: l'entità della perdita subita (per effetto della lesione al bene salute) ed il tempo di durata di detta perdita. Mentre il fattore tempo è circoscritto necessariamente al periodo tra l'evento lesivo e la morte successiva conseguente, per cui se esso è pari o prossimo allo zero, finisce per azzerare il risultato finale risarcitorio, il fattore della lesione del bene salute va valutato nella sua espressione massima, per entità ed intensità, avendo essa avuto come esito la morte. È «lapalissiano» che la morte (id est: la perdita della vita) è fuori dal danno biologico, poiché il danno alla salute presuppone pur sempre un soggetto in vita, ma è altrettanto «lapalissiano» che nessun danno alla salute è più grave, per entità ed intensità, di quello che, trovando causa nelle lesioni che esitano nella morte, temporalmente la precede. In questo caso, infatti, il danno alla salute raggiunge quantitativamente la misura del cento per cento, come nel caso dell'inabilità temporanea assoluta, cui consegue la guarigione, ovvero una stabilizzazione dei postumi, sia pure nella stessa entità, in quanto sotto il profilo dell'entità, il limite massimo ovviamente non può essere superiore alla misura del cento per cento. Ciò che fa la differenza è che il danno biologico terminale è più intenso perché l'aggressione subita dalla salute dell'individuo incide anche sulla possibilità di essa di recuperare (in tutto o in parte) le funzionalità perdute o quanto meno di stabilizzarsi sulla perdita funzionale già subita. In altri termini, nel danno biologico terminale anche questa capacità recuperatoria o, quanto meno stabilizzatrice, della salute risulta irreversibilmente compromessa. La salute danneggiata non solo non recupera (cioè non «migliora») né si stabilizza, ma degrada verso la morte: quest'ultimo evento rimane fuori dal danno alla salute, per i motivi sopra detti, ma non la «discesa» verso di esso, poiché durante detto periodo il soggetto leso era ancora in vita. Anche se si utilizza la nozione giuridica (e non medico-legale) di danno alla salute, che non si limita a postulare in via logica la vita futura, ma si manifesta ed esiste solo all'interno di quella vita, immersa in essa in termini di minore qualità esistenziale, anche la perdita di quest'ultima estrema attitudine della salute rende più intenso quel minus esistenziale che accompagna la residua vita della vittima, anche se è chiaro che detto danno cessi con il decesso.
3.6. - In effetti il limitare la liquidazione del danno biologico terminale alla mera applicazione dei valori liquidatori tabellari a punti per ogni giorno d'invalidità, da una parte comporta la violazione del principio sopra detto in tema di necessaria «personalizzazione» di detti criteri, conformandoli alla peculiarità del caso concreto (e nella fattispecie la peculiarità consiste nel fatto che la lesione alla salute non solo è stata massima, ma anche così intensa da dar luogo alla morte), e dall'altra finisce per porsi in contrasto logico-argomentativo, con quanto ormai pacificamente ammesso in sede di liquidazione di danno morale. Anzitutto anche il danno morale da lesione, cui sia conseguita la morte, presuppone l'esistenza in vita del soggetto leso per un apprezzabile lasso di tempo tra lesione e morte (Cass. 25 febbraio 1997, n. 1704, cit.; 6 ottobre 1994, n. 8177, id., 1995, 1, 1852). Ciò significa da una parte che non è concepibile, per le ragioni già esposte in tema di danno biologico, un danno morale da morte iure proprio del soggetto, allorché il decesso sia immediatamente (o quasi) conseguente alla lesione, e dall'altra che anche nella liquidazione del danno morale il fattore «tempo di durata» del danno morale ha una sua incidenza: una cosa è che il «patema d'animo» duri per qualche giorno o mese ed una cosa è che esso duri tutta la restante vita. La giurisprudenza di merito utilizza in modo prevalente il criterio di determinazione della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno morale in una frazione dell'importo riconosciuto per il risarcimento del danno biologico. Ciò è stato ritenuto non di per sé illegittimo, se il giudice abbia tenuto conto delle peculiarità del caso concreto, effettuando la necessaria «personalizzazione» del criterio detto al caso concreto ed apportando, se del caso gli eventuali consequenziali correttivi in aumento o in diminuzione. Il criterio, infatti, è ispirato alle stesse esigenze che giustificano la liquidazione del danno alla salute in base al sistema c.d. del «valore del punto d'invalidità» ed è quindi volto proprio ad evitare che la valutazione inevitabilmente equitativa del danno non patrimoniale assuma connotazioni ogni volta diverse, imprevedibili, suscettibili di apparire arbitrarie anche in ragione dell'insopprimibile difficoltà di offrire appaganti e controllabili ragioni giustificative di una determinazione quantitativa che ha funzione meramente surrogante e compensativa delle sofferenze indotte dal fatto lesivo costituente reato. Il dichiarato ricorso a tale criterio è pertanto legittimo solo ove il giudice abbia mostrato, per quanto con motivazione sintetica, di aver tenuto adeguato conto delle particolarità del caso concreto (essendo questo specifico l'oggetto della sua valutazione e del suo giudizio) e di non aver rimesso la liquidazione del danno ad un puro automatismo (Cass. 19 gennaio 1999, n. 475, id., Rep. 1999, voce cit., n. 226; 11 agosto 2000, n. 10725, id., Rep. 2001, voce cit., n. 207; 29 maggio 1998, n. 5366, id., Rep. 1999, voce cit., n. 229). Il riferimento all'entità oggettiva del danno può essere tradotto, operativamente, nella regola per cui il danno morale derivante da una grave invalidità (tanto più se conduca a morte il soggetto) non può essere liquidato con somme irrisorie. A tal fine il giudice di merito, al cui prudente criterio equitativo è rimessa la liquidazione, deve rispettare l'esigenza di una razionale correlazione tra l'entità oggettiva del danno (specie se reiterato nel tempo) e l'equivalente pecuniario, in modo che questo mantenga la sua connessione con l'entità e la natura del danno da risarcire, così che non rappresenti un mero simulacro o una parvenza di risarcimento. Ne consegue che è censurabile l'esercizio del potere equitativo del giudice di merito ogni volta che la liquidazione del danno morale appaia manifestamente simbolica o per nulla correlata con le premesse di fatto in ordine alla natura ed all'entità del danno dallo stesso giudice accertate (Cass. 21 maggio 1996, n. 4671, id., Rep. 1996, voce cit., n. 213; 2 marzo 1998, n. 2272, id., Rep. 1998, voce cit., n. 224). Orbene, una volta ritenuto che la liquidazione del danno morale, per quanto possa legittimamente avere come base di partenza le tabelle di liquidazione del danno biologico ed essere, quindi, valutata in termini di frazione del danno biologico (generalmente da un quarto alla metà), e che, tuttavia, il risultato - così raggiunto - deve poi essere personalizzato, con riferimento al caso concreto ed all'entità del danno, con la conseguenza che non può giungersi a liquidazioni simboliche o irrisorie (ove anche esse costituissero il risultato massimo conseguibile dall'applicazione delle c.d. tabelle), non si giustifica un iter argomentativo diverso in ipotesi di danno biologico da inabilità temporanea assoluta, esitata nella morte.
3.7. - Nella fattispecie, quindi, correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto che sussistesse esclusivamente un danno biologico da invalidità assoluta temporanea di giorni 10, ma, tenuto conto che le lesioni avevano portato a morte il soggetto di anni 17 nell'arco di 10 giorni, ha liquidato il danno biologico nella misura di lire 6.250.000 per ciascun giorno, a fronte di lire 63.000 al giorno, liquidate dal primo giudice per il danno biologico da inabilità assoluta temporanea, su base tabellare. Entrambi i giudici hanno ritenuto che il danno biologico fosse relativo ad un'inabilità temporanea assoluta e che quindi avesse un'entità del cento per cento, ma il secondo giudice ne ha colto correttamente anche l'intensità, non potendo considerarsi eguali il danno biologico da inabilità assoluta temporanea, in un soggetto che all'esito recuperi completamente o parzialmente ovvero sí stabilizzi, rispetto a quello sofferto da un soggetto che, per effetto delle stesse lesioni che hanno causato il danno biologico da inabilità assoluta temporanea, deceda. Così operando il giudice di appello non ha creato una nuova categoria di danno alla persona, posta «a cavallo» tra il danno tanatologico (da escludersi) ed il danno biologico, ma sempre rimanendo in quest'ultimo, e cioè con riferimento al solo periodo di tempo in cui il soggetto leso è rimasto in vita, ha provveduto alla «personalizzazione» dei valori monetari espressi dalle tabelle per l'inabilità assoluta (lire 63.000 giornalieri), aumentandoli secondo il suo prudente apprezzamento equitativo, con riferimento alla peculiarità del caso concreto di un danno alla salute, che fu anche così intenso e grave da condurre il soggetto verso la morte. Oltre questo limite non è legittimo andare, per cui il motivo di ricorso, con cui viene richiesto il risarcimento del danno da perdita della vita, va rigettato.
4. - Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la, violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all'art. 360, n. 3, c.p.c., con particolare riguardo al risarcimento del danno patrimoniale. Ritengono i ricorrenti che la liquidazione del danno morale della vittima del sinistro, Diego Dalla Costa, effettuata dal tribunale in lire 30 milioni è irrisoria, tenuto conto delle indicibili sofferenze patite dallo stesso, rimasto cosciente, fino all'exitus; che erratamente il giudice di appello si è fatto condizionare dalla brevità di dette sofferenze; che la somma in questione è la stessa liquidata dal tribunale, che pure aveva liquidato a titolo di danno biologico della vittima solo lire 630.000; che detta somma è irrisoria.
5.1. - Ritiene questa corte che il motivo è infondato e che lo stesso vada rigettato. A tal fine va ricordato che, pur essendo rimessa la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da fatto illecito alla valutazione discrezionale del giudice di merito, questi deve tener conto, nell'effettuarne la valutazione, delle effettive sofferenze patite dall'offeso, della gravità dell'illecito di rilievo penale e di tutti gli elementi della fattispecie concreta, in modo da rendere il risarcimento adeguato al caso concreto (Cass. 6 ottobre 1994, n. 8177, cit.; 26 febbraio 1996, n. 1474, id., Rep. 1997, voce cit., n. 278).
5.2. - Richiamati i principi già esposti in tema di liquidazione di danno morale al punto 3.6, nella fattispecie il giudice di appello ha fatto esatta applicazione di questi principi. Infatti, proprio tenendo conto della gravità assoluta delle lesioni subite dalla vittima, la corte territoriale ha aumentato di circa 10 volte il valore del danno biologico giornaliero, secondo la misura tabellare, e poi ha calcolato il danno biologico nella frazione di circa la metà di detto danno biologico, ritenendo che la somma liquidata di lire 30.000.000 fosse equa in relazione alle gravi sofferenze patite dalla giovane vittima e - tuttavia - anche della relativa brevità temporale delle stesse.
6. - Con il terzo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti, in relazione all'art. 360, n. 5, c.p.c., con particolare riguardo all'errata applicazione del principio della soccombenza. Assumono i ricorrenti, che, pur avendo essi richiesto nel giudizio di appello che il Tedeschi, lo studio tecnico di Giuseppe Tedeschi s.n.c. e la Milano assicurazioni fossero condannati a manlevarli di quanto fossero stati chiamati a pagare agli altri convenuti (Maoret, Autotrasporti Chiarcosso s.r.l., Sante Chiarcosso e la Ras s.p.a.), il rigetto di detta richiesta non era stato motivato. Assumono i ricorrenti che, se la corte avesse correttamente applicato il principio della soccombenza, avrebbe dovuto rilevare che anche il Tedeschi e la Milano assicurazioni avevano avanzato in sede di conclusioni di primo grado la domanda di accertamento della responsabilità concorrente del Maoret e conseguentemente quella gradata di sentirsi condannare (essi Tedeschi, studio tecnico e Milano assicurazioni) solo in proporzione all'accertata percentuale di colpa.
7. - Ritiene questa corte che il motivo sia inammissibile. Infatti, premesso che gli stessi ricorrenti assumono che la richiesta avanzata alla corte di appello era quella di manleva da parte dei convenuti Tedeschi e Milano assicurazioni di quanto dovuto a titolo di spese processuali al gruppo di convenuti assolti (Maoret, Ras ed altri), va osservato che su detta richiesta di maneva la corte di merito non si è assolutamente pronunciata, limitandosi a pronunciare la condanna degli attori alle spese processuali del doppio grado di giudizio, sostenute da questo secondo gruppo di convenuti. Ne consegue che, indipendentemente dalla fondatezza nel merito della proposta domanda di manleva e dalla sua ammissibilità in grado di appello, non essendosi la corte pronunciata su detto motivo di appello, la censura poteva essere avanzata solo come violazione dell'art. 112 c.p.c. e quindi una violazione della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, che deve essere fatta valere esclusivamente a norma dell'art. 360, n. 4, c.p.c. (nullità della sentenza e del procedimento) e non come vizio motivazionale a norma dell'art. 360, n. 5, c.p.c. (attenendo quest'ultimo esclusivamente all'accertamento e valutazione di fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia: Cass. 9 aprile 1990, n. 2940, id., Rep. 1990, voce Sentenza civile, n. 20; 27 marzo 1993, n. 3665, id., Rep. 1993, voce Cassazione civile, n. 109). Infatti il vizio di omessa pronunzia, in quanto pretesamente incidente sulla sentenza pronunziata dal giudice del gravame, è passibile di denunzia esclusivamente con ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 360, n. 4, c.p.c. (Cass., sez. un., 14 gennaio 1992, n. 369, id., Rep. 1992, voce Revocazione (giudizio di), n. 19; 25 settembre 1996, n. 8468, id., Rep. 1996, voce Cassazione civile, n. 85).
8. - Con il quarto motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all'art. 360, n. 3, c.p.c., con particolare riguardo all'errata applicazione di norme di diritto. Assumono i ricorrenti che la sentenza impugnata ha completamente sorvolato sulla norma di cui all'art. 92 c.p.c., che prevede esplicitamente la possibilità di compensare le spese processuali, esistendo giusti motivi; che nella fattispecie andavano compensate le spese del doppio grado di giudizio tra essi attori ricorrenti ed i convenuti Maoret, Ras ed altri, poiché nel momento in cui essi attori proposero la domanda, risultava che la condotta del Maoret non era stata ininfluente nell'incidente de quo, essendo stata provocata fisicamente la morte dall'automezzo del Maoret (per quanto poi la sua condotta sia risultata successivamente incolpevole), e risultando pendente all'epoca della citazione un giudizio penale nei confronti non solo del Tedeschi, ma anche del Maoret.
9. - Ritiene questa corte che il motivo sia infondato e che lo stesso vada rigettato. In tema di regolamento delle spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa. Pertanto esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell'opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell'ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell'ipotesi di concorso con altri giusti motivi (Cass. 11 novembre 1996, n. 9840, Id., Rep. 1997, voce Spese giudiziali civili, n. 8). Nella fattispecie, nell'ambito del rapporto processuale tra gli attori ed il secondo gruppo di convenuti (Maoret, Ras ed altri), i primi sono risultati soccombenti, essendo stata rigettata la loro domanda nei confronti dei secondi, per cui non risulta violato il suddetto principio di diritto.
10. - Con il quinto motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all'art. 360, n. 3, c.p.c., con particolare riguardo all'eccessiva liquidazione delle spese del giudizio di appello. Assumono i ricorrenti che la sentenza impugnata ha liquidato a Luigi Maoret ed ai suoi responsabili civili lire 3.800.000 per diritti e lire 10.000.000 per onorari, in maniera eccedente a quanto previsto dalla tabella professionale, tenuto conto che il valore dell'appello, avente ad oggetto le sole spese processuali di primo grado, era pari a lire 14.800.000, per cui, anche applicando nel massimo l'importo per ogni voce tariffaria, nella fattispecie, gli onorari non potevano superare lire 6.270.000.
11.1. - Ritiene questa corte che il motivo sia in parte inammissibile ed in parte infondato. Va, infatti, osservato che la parte che intende impugnare per cassazione la liquidazione dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato ha l'onere dell'analitica specificazione delle voci della tariffa professionale che si assumono violate e degli importi considerati, al fine di consentirne il controllo in sede di legittimità senza bisogno di procedere alla diretta consultazione degli atti, giacché 1'(eventuale) violazione delle tariffe professionali integra un'ipotesi di error in indicando e non in procedendo (Cass. 25 maggio 2000, n. 6864, id., Rep. 2000, voce cit., n. 68; 8 settembre 1986, n. 5480, id., Rep. 1986, voce Avvocato, n. 73).
11.2. - Nella fattispecie, quanto all'assunta violazione delle tariffe professionali, in tema di diritti, il motivo di ricorso è inammissibile, poiché non sono riportate le varie voci tariffarie che si assumono violate.
11.3. - Quanto agli onorari, il motivo di ricorso è infondato. Infatti, pur indicando i ricorrenti le varie voci e rilevando - sia pure a titolo esemplificativo - che l'importo massimo degli onorari, per le voci considerate, era pari a lire 6.270.000, a fronte della somma di lire 10.000.000 fissata dalla corte territoriale per il giudizio di secondo grado, non tiene conto che, a norma dell'art. 5 delle tariffe professionali (tutte identiche in merito a questo specifico punto), l'avvocato che assista o difenda più persone, aventi la stessa posizione processuale, ha diritto ad un aumento per ogni parte del venti per cento. Da ciò consegue che, poiché i convenuti, delle cui spese processuali si discute, nella fattispecie erano quattro (Maoret Luigi, Chiarcosso Sante, Autotrasporti Chiarcosso s.r.l. ed Italica s.p.a. incorporata dalla Ras s.p.a.) calcolato il suddetto aumento, la somma liquidata dalla corte di appello (lire 10.000.000) rimane inferiore rispetto a quella che si ottiene aumentando lo stesso importo indicato dai ricorrenti con le suddette varie percentuali del venti per cento.
12. - Il ricorso va pertanto rigettato.