Diritto della famiglia
a cura dell'Avv. Antonio Carrera

Il giudice può desumere la paternità naturale dal diniego di sottoporsi a esami ematologici

Corte di cassazione - Sezione 1 civile - Sentenza 28 giugno-7 novembre 2001 n. 13766
(Presidente Grieco; Relatore Luccioli, Pm - conforme - Cafiero)

Svolgimento del processo
L'istante conveniva in giudizio G. dinanzi al Tribunale per i minorenni di Venezia, dopo essere stata autorizzata ai sensi dell'art. 274 c.c., chiedendo che si dichiarasse che il predetto era il padre naturale della propria figlia minore ( ... ) e si adottassero i conseguenti provvedimenti di natura economica. Costituitosi il contraddittorio, veniva disposta consulenza tecnica medico-legale, che non poteva essere espletata per il rifiuto del ( ... ) di sottoporsi al necessario prelievo. Con sentenza del 26 maggio-25 giugno 1999 il Tribunale dichiarava la paternità del ( ... ) nei confronti della minore e lo condannava al pagamento dell'assegno di L. 1.000.000 mensili a decorrere dal 3 dicembre 1991, data della proposizione della domanda di ammissibilità dell'azione, con rivalutazione annua dal 1 gennaio 2000, ed affermava la propria incompetenza in ordine alla domanda di condanna al pagamento dell'assegno per il periodo tra la nascita e la proposizione del ricorso ai sensi dell'art. 274 c.c. Proposto appello dal ed appello incidentale con sentenza dei 26 maggio-20 giugno 2000 la Corte di Appello di Venezia, sezione per i minorenni, in parziale accoglimento dell'impugnazione incidentale, condannava il ( ... ) al pagamento degli interessi legali sui ratei mensili, epurati della quota di rivalutazione, dalle singole scadenze al saldo. Osservava in motivazione la Corte di merito, per quanto in questa sede interessa, che i rilievi formulati dall'appellante in ordine alla inattendibilità, contraddittorietà ed inconcludenza delle deposizioni poste a base della pronuncia del primo giudice erano privi di ogni fondamento, attesa l'assoluta marginalità dei contrasti prospettati e l'univocità delle dichiarazioni rese in ordine all'esistenza di una relazione tra le parti all'epoca presumibile del concepimento. Rilevava altresí che altrettanto correttamente il Tribunale aveva tratto argomenti di prova dal rifiuto del convenuto di sottoporsi all'esame ematologico e che tale rifiuto, reiterato nel corso del giudizio di appello pur con le garanzie di tutela della propria riservatezza dal medesimo pretese e comunque assicurate dai vincoli che regolano l'attività degli ausiliari del giudice, assumeva il significato di un evidente rifiuto della paternità. Quanto all'ammontare dell'assegno per il mantenimento della minore, osservava che la somma liquidata dal primo giudice doveva ritenersi congruo, attesi i redditi risultanti dalle dichiarazioni fiscali dei ( ... ) e pur tenuto conto degli oneri a suo carico per il mantenimento della mogie e di due figlie, e considerato d'altro canto che non era stato smentito l'assunto della G.) di non percepire redditi di sorta. Resiste con controricorso la ( ... ) . Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il (...), deducendo cinque motivi illustrati con memoria.

Motivi della decisione
Con il primo motivo di ricorso, denunciando omissione, insufficienza e contraddittorietà della motivazione, si deduce che la sentenza impugnata ha omesso di motivare o ha, inadeguatamente o contraddittoriamente motivato in ordine a tutte le censure svolte avverso la sentenza di primo grado, con particolare riferimento alla prospettata assenza dei requisiti di univocità e convergenza delle dichiarazioni rese dai testi addotti dalla o alla loro inattendibilità o incapacità a testimoniare, e che la motivazione adottata a sostegno della pronuncia di paternità naturale non dà affatto conto della coerenza delle risultanze probatorie acquisite, ma si fonda su testimonianze palesemente inconcludenti e comunque inattendibili, cosi finendo per porre a base della decisione esclusivamente il rifiuto espresso dal ( ... ) di sottoporsi agli esami emogenetici. Il motivo è infondato. Il ricorrente non contesta il principio - peraltro chiaramente enunciato nel comma 2 dell'art. 269 c.c. - secondo il quale la dimostrazione della paternità naturale può essere fornita con ogni mezzo, con la conseguenza che il giudice di merito può fondare il suo convincimento in ordine al rapporto di filiazione anche soltanto su risultanze probatorie dotate di valore indiziario. La doglianza del ( ... ) tende unicamente a prospettare un difetto di motivazione in ordine alla prova del rapporto di filiazione, nonché un errore di valutazione del materiale probatorio, ed in particolare delle dichiarazioni rese dai testi . La sentenza impugnata si sottrae alle censure proposte, avendo basato la dichiarazione affermativa della paternità naturale su una motivazione sintetica, ma congrua dal punto di vista della correttezza logica e della compiuta disamina dei punti decisivi della controversia. Detta sentenza si è data carico di porre in rilievo la mera apparenza o l'assoluta marginalità dei contrasti denunciati dall'appellante tra le varie deposizioni raccolte e l'attendibilità dei testimoni addotti dalla ( ... ), conclusivamente affermando che il complesso delle emergenze della prova orale consentiva di ritenere come accertata una frequentazione tra le parti in termini pienamente compatibili con la consumazione di rapporti sessuali all'epoca presumibile del concepimento. Atteso peraltro che il giudizio sulla maggiore o minore attendibilità dei testi è riservato all'apprezzamento del giudice di merito, che non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento con una motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici, nessuna contestazione circa la credibilità di detti testi può essere formulata in sede di ricorso per cassazione. Va infine rilevata l'inammissibilità della censura diretta a prospettare. l'incapacità di alcuni testimoni ai sensi dell'art. 246 c.p.c., in quanto formulata in termini generici, senza neppure specificare se detta incapacità fosse stata tempestivamente eccepita all'atto dell'espletamento della prova o nella prima difesa successiva. Con il secondo motivo, denunciando omissione, insufficienza e contraddittorietà di motivazione in ordine alla rilevanza e alla portata del rifiuto opposto dal ( ... ) a sottoporsi alla prova di compatibilità dei marcatori genetici, nonché violazione o falsa applicazione degli artt. 10 e 22 della legge n. 675 del 1996, si deduce che la sentenza impugnata si è limitata a richiamare e far proprie le valutazioni dei primi giudici circa il valore da attribuire a detto comportamento processuale, senza darsi carico di prendere in esame le specifiche censure mosse a tale pronuncia sia in relazione al significato di contestazione della paternità erroneamente attribuito a detto rifiuto, sia, in termini generali, in ordine al diritto di colui che venga indicato come padre di non sottoporsi ad un accertamento medico ai fini della declaratoria della paternità negata, sia ancora con riferimento alla violazione della privacy operata dal giudice di primo grado nel disporre la consulenza tecnica. Si rileva con riguardo a quest'ultimo profilo che le prove ematologiche, ancorché ordinate dall'autorità giudiziaria, devono essere effettuate nel rispetto della legge n. 675 del 1996, che trattandosi in particolare di "dati sensibili" l'interessato ha diritto di conoscere le finalità e le modalità del relativo trattamento, che il Tribunale, nell'ordinare l'indagine tecnica, avrebbe dovuto richiamare ed applicare i principi in detta legge dettati, disponendo precise cautele a tutela della riservatezza. Si aggiunge che l'affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo la quale il ( ... ) avrebbe reiterato in sede di appello il rifiuto di sottoporsi all'indagine "con le garanzie dallo stesso pretese" non trova alcun riscontro negli atti processuali e si fonda su una evidente confusione tra segreto di ufficio e tutela della riservatezza dei dati personali, che anche l'autorità giudiziaria è tenuta a garantire in aggiunta all'osservanza delle norme relative al segreto di ufficio. Si osserva infine che l'esigenza di rispetto della legge suda privacy avrebbe dovuto indurre la Corte di Appello a chiedere un parere al Garante per la tutela delle persone rispetto al trattamento dei dati personali, sottoponendogli la questione se l'espletamento della consulenza tecnica potesse comportare una violazione della legge stessa, ed in caso positivo perché indicasse le cautele da adottare al fine di garantire la tutela della riservatezza. Anche tale motivo è infondato. Questa Suprema Corte ha in più occasioni affermato che il rifiuto ingiustificato di sottoporsi agli esami ematologici costituisce un comportamento valutabile ai sensi dell'art. 116, comma 2, c.p.c., anche in assenza di prova di rapporti sessuali tra le parti, osservando che proprio la mancanza di prove oggettive assolutamente certe e ben difficilmente acquisibili circa la natura dei rapporti tra le stesse parti intercorsi e circa l'effettivo concepimento ad opera del preteso genitore naturale, se impedisce di fondare la dichiarazione di paternità sulle sole dichiarazioni della madre e sull'esistenza di rapporti con il presunto padre all'epoca del concepimento. secondo l'espresso disposto dell'ultimo comma dell'art. 269 c.c., non esclude che il giudice possa desumere argomenti di prova dal comportamento processuale dei soggetti coinvolti, ed in particolare dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi agli accertamenti biologici (Cass. 1998 n. 2944; 1998 n. 692; 1997 n. 9307; 1997 n. 1661: 1995 n. 6550; 1994 n. 6217), e possa persino trarre la prova della fondatezza della domanda esclusivamente dalla condotta processuale del preteso padre, globalmente considerata e posta in opportuna correlazione con le dichiarazioni della madre (Cass. 1998 n. 126-9; 1997 n. 10377). Nella specie la Corte di Appello ha correttamente tratto ulteriori elementi di prova - rispetto alle acquisite risultanze della prova testimoniale - dal reiterato rifiuto del ( ... ) di "opporsi alle indagini tecnico-biologiche, opportunamente esaminando la validità delle ragioni addotte a sostegno di detta scelta processuale, valutando altresì il senso, della dichiarazione resa dal medesimo al consulente e conclusivamente ritenendo la pretestuosità delle motivazioni prospettate. Non fondatamente il ricorrente torna ad invocare in questa sede. a giustificazione del proprio comportamento, le esigenze di tutela della riservatezza nel trattamento dei propri dati personali e di rispetto della normativa di' cui alla legge n. 675 del 1996. Premesso che le questioni al riguardo sollevate devono essere (lui affrontate ed esaminate unicamente in funzione della configurabilità di un rifiuto giustificato della parte, a sottoporsi alle indagini, e quindi soltanto nella qualitá prospettiva della non utilizzabilità del suo comportamento processuale ai sensi dell'art. 116, comma 2, c.p.c., osserva la Corte che i rilievi in diritto ampiamente sviluppati nel motivo di ricorso non consentono di individuare un ambito di giustificabilità del rifiuto stesso con riferimento a possibili violazioni della legge sulla riservatezza. In particolare, il mero timore di una violazione di detta normativa nell'espletamento dell'indagine. ed in particolare di un uso non consentito dei propri dati personali collegato da un lato alla qualità ed alle funzioni svolte all'interno di una struttura universitaria dal consulente tecnico designato, dall'altro lato all'omesso richiamo nell'ordinanza ammissiva della consulenza all'obbligo di osservanza della legge n. 675 del 1996, non può legittimare un rifiuto aprioristico dell'indagine, tenuto conto che l'uso dei dati nell'ambito di un giudizio di accertamento della paternità biologica non può che essere quello rivolto a fini di giustizia e che il sanitario cui sia stato conferito l'incarico di consulente è tenuto non solo al segreto professionale, ma anche al rispetto della legge sul trattamento dei dati personali e di ogni altra legge dello Stato applicabile, a prescindere da ogni sollecitazione o richiamo dei giudice. Non è d'altro canto ravvisabile un obbligo del giudice, al momento del conferimento dell'incarico, di svolgere uno specifico riferimento alle norme di cui alla legge n. 675 del 1996, che trova in se stessa la propria forza precettiva. Né ha ragione di porsi nella specie alcun problema in ordine alla conoscenza delle finalità e delle modalità del trattamento dei dati, garantita dall'art. 10, comma 1, lett. a), della legge stessa, trovando le une e le altre puntuale definizione nella natura dell'azione proposta, nella funzione di ausiliario del giudice del consulente, nei limiti temporali dell'incarico al medesimo affidato. Privo di ogni fondamento è infine il rilievo secondo il quale il giudice di merito avrebbe dovuto interpellare il Garante per riceverne eventualmente indicazioni sulle, cautele da adottare nell'affidamento dell'incarico, non configurandosi nel sistema alcun potere di controllo o di indirizzo dell'autorità garante sulle modalità di esercizio della giurisdizione. Con il terzo motivo, denunciando falsa applicazione e violazione degli artt. 116, comma 2, c.p.c. e 2729 c.c. ed insufficienza di motivazione, si sostiene che la Corte di merito ha ritenuto raggiunta la prova della paternità soltanto sulla base di elementi presuntivi del tutto privi dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, di dichiarazioni testimoniali equivoche e discordanti e di un comportamento processuale dotato di valore meramente indiziario. Si osserva in particolare che la valutazione globale della linea difensiva dei ( ... ) e le ragioni addotte -a sostegno dei rifiuto di sottoporsi alle indagini ematologiche non consentivano di conferire a detto rifiuto un significato rilevante sul piano probatorio.

Il rigetto del motivo così sintetizzato trova ragione nei medesimi rilievi svolti nell'esame del primo e secondo mezzo. La censura invero si risolve in una rinnovata ed analitica confutazione della attendibilità e congruenza delle dichiarazioni testimoniali e del rilievo probatorio del rifiuto del ( ... ) di sottoporsi all'esame ematologico, attraverso la reiterata negazione della pretestuosità di tale scelta e la ribadita asserzione che la sua complessiva condotta processuale non consentiva di desumere elementi di valutazione nel senso indicato dal giudice di merito.

Con il quarto motivo, denunciando insufficienza di motivazione e nullità della sentenza ai sensi dell'art. 360, n. 4, c.p.c. per violazione del precetto di cui all'art. 2697 c.c., si censura la sentenza impugnata per aver ritenuto adeguata la misura dell'assegno per il mantenimento della minore fissata dal primo giudice, omettendo di prendere in esame le censure del ( ... ) in ordine all'effettiva entità dei propri redditi mensili ed erroneamente affermando che egli non aveva contestato l'asserzione dell'attrice di non essere percettrice di redditi di sorta, avendo al contrario egli chiesto che si accertasse se la predetta viveva con i genitori ed a loro carico ed avendo anche sollecitato, con istanza di remissione in istruttoria reiterata in grado di appello, che si verificassero le condizioni patrimoniali di entrambe le parti. Anche tale motivo è infondato. Ed invero la Corte di Appello con motivazione congrua e logica, e quindi non censurabile in questa sede, ha ritenuto la misura dell'assegno determinata dal primo giudice come pienamente adeguata in relazione ai redditi del ( ... ) risultanti dalle dichiarazioni fiscali dal medesimo prodotte, pur nella considerazione degli obblighi a suo carico di mantenimento della moglie e delle altre due figlie, implicitamente ma chiaramente assumendo come parametro di riferimento il complesso delle esigenze di una adolescente. Né il ricorrente ha ragione di dolersi della mancata ammissione della prova da lui richiesta, atteso che la mera circostanza che la ( ... ) vivesse con i genitori -costituente aggetto del capitolo di prova n. 5 riportato nelle conclusioni trascritte nelle premesse della sentenza impugnata e richiamato nel motivo di ricorso - appare priva del necessario carattere della decisività, non escludendo detta convivenza la dipendenza economica della predetta e quindi non costituendo evento idoneo ad influire sulla misura dell'obbligo, del ( ... ) di mantenimento della minore. Appare pertanto del tutto corretta, a fronte del tenore della prova articolata dal ( ... ) sul punto. l'affermazione della Corte di Appello che la mancata percezione di redditi di sorta da parte della ( ... ) non era contestata in giudizio. Con il quinto motivo, denunciando omissione di motivazione, si sostiene che la Corte di Appello ha errato nel far decorrere la decorrenza dell'assegno dalla data della domanda di ammissibilità dell'azione, anziché da quella della domanda di merito. Il motivo è infondato.

Ritenuto, invero, che il si era limitato in sede di appello, nella formulazione del quinto motivo, a dolersi della quantificazione dell'assegno per il mantenimento della minore effettuata dal primo giudice, e soltanto in sede di memoria di replica - come peraltro ha riconosciuto lo stesso ricorrente alla pagina 28 del ricorso -aveva espresso la doglianza relativa alla decorrenza dell'assegno stesso, correttamente la Corte di Appello ha omesso di prendere in esame tale profilo di censura per la sua evidente tardività.
Il ricorso deve essere in conclusione rigettato.
Il ricorrente va pertanto condannato al pagamento delle spese di questo giudizio (di cassazione), nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.
la Corte di cassazione rigetta il ricorso.

COMMENTO
Con tale sentenza, la Cassazione conferma (Cassazione, sent. 2944/98, 692/98, 9307/98, 1661/97, 6550/95 e 6217/94), il proprio orientamento in merito al rilievo probatorio del rifiuto del presunto padre naturale di sottoporsi, in sede di procedimento giudiziale di riconoscimento di paternità, ad accertamenti emo-biologici. In particolare, in forza dell'applicazione congiunta dell'articolo 269, comma 2, del codice di procedura civile - che ammette, nel procedimento volto alla dichiarazione giudiziale della paternità/maternità, qualsiasi mezzo di prova - e del suddetto articolo 116, comma 2, dello stesso codice di rito, il rifiuto del presunto padre di sottoporsi all'esame di compatibilità dei marcatori genetici rappresenta una valida prova, "globalmente considerata e posta in opportuna correlazione con le dichiarazioni della madre", della fondatezza della domanda ex articolo 269 del codice civile, anche in assenza di prove cogenti dell'esistenza di una relazione e di consumati rapporti sessuali tra le parti. Da sottolineare che la presunzione, nell'apprezzamento del giudice, è valida fino a prova contraria; prova contraria che, nella fattispecie in esame, sarebbe data solo dal risultato dell'esame del Dna. Né può essere considerata, per la Corte, valida giustificazione dei rifiuto di contribuire a fornire la prova il presunto mancato rispetto, in sede giurisdizionale, degli articoli 10 e 22 della legge n. 675 del 1996 sul trattamento dei dati personali sensibili del preteso padre naturale, in quanto l'accertamento emo-biologico, richiesto nel corso del giudizio, non può essere vincolato dai limiti imposti dalla disciplina sulla tutela della privacy. Si evidenzia, in questo modo, un'altro aspetto interessante della sentenza in esame, ed è quello relativo all'affermazione della piena autonomia dell'attività giurisdizionale dal potere di controllo e di indirizzo del Garante della privacy. Inoltre, nella sentenza presa in esame, la Corte afferma che per determinare l'assegno di mantenimento del minore, da una parte si deve necessariamente tenere conto delle condizioni economiche dei genitori e gli obblighi economici già a loro carico, dall'altra "assumere, come parametro di riferimento, il complesso delle esigenze di un adolescente", dando così , finalmente, rilievo ai diritti economici del minore nato al di fuori del matrimonio "in un complesso di esigenze concrete", legate al diritto di crescita del minore.