Infortunistica stradale
a cura dell'Avv. Antonio Carrera

Chi conduce a piedi animali sulla strada deve tenere il lato destro della carreggiata
(Corte di cassazione - Sezione III civile - Sentenza 18 aprile - 31 foglio 2002 n.11370 (Presidente Giuliano; Relatore Amatucci; PM conforme - Marinelli; Ricorrente De Filippis; Controricorrenti Zangriffi e altri))

Svolgimento del processo

In ora diurna del 28/9/1983, lungo un tratto rettilineo di una strada urbana priva di marciapiede in Ripi, la cinquantanovenne Natalina Persichilli camminava sulla sinistra tirando per la cavezza un somaro gravato da due bigonce d'uva quando fu investita dall'autovettura condotta dal proprietario Elio De Filippis, che procedeva sulla propria destra nell'opposto senso di marcia.
Nel 1985 agì giudizialmente per il risarcimento di danni (anche da postumi permanenti derivati dalle lesioni subite) nei confronti del De Filippis o delle Assicurazioni Generali s.p.a., che resistettero. Intervenne INAIL per il recupero, in via surrogatoria, della somma di L. 146.573.637 erogate alla data dell'11/4/1989.
Con sentenza n. 577 del 1993 l'adito tribunale di Frosinone ravvisò il paritetico apporto causale colposo di entrambi i protagonisti dell'incidente per avere la Persichilli proceduto sulla sinistra, anziché sulla destra della carreggiata, ed il De Filippis omesso di porre in essere manovre di emergenza. Determinò il danno complessivo in L. 66.155.610 e condannò solidalmente i convenuti (la società assicuratrice anche oltre il limite del massimale di L. 75.000.000) al pagamento della metà dell'importo, "oltre interessi e rivalutazione dal giorno del fatto all'avvenuto pagamento" da corrispondersi quanto a L. 500.000 oltre agli accessori alla Persichilli e quanto a L. 32.577.805 all'INAIL.
La Corte d'Appello di Roma, decidendo con sentenza n. 17899/98 sul gravame principale della Persichilli (indicata come Persichelli nel frontespizio della sentenza) e su quello incidentale delle Generali ha ritenuto che erroneamente il primo giudice aveva ravvisato nel comportamento della vittima una violazione delle norme del codice della strada approvato con D.P.R, n. 393 del 1959, in quanto ella rivestiva la duplice qualità di pedone e di conducente di animale e procedeva dunque correttamente a sinistra, in relazione a quando prescritto dagli artt. 134 e 130 del codice della strada Per contro il De Filippis, pure tenuto ad una velocità particolarmente moderata nell'attraversamento di un centro abitato ed a rallentare in caso di incrocio malagevole con altri veicoli o per la presenza di pedoni che avessero tardato a scansarsi, avrebbe comunque potuto evitare l'urto in relazione alla accertata larghezza della strada. Ha conclusivamente ritenuto la Corte d'Appello che l'incidente si fosse verificato per sua colpa esclusiva e che, inoltre il giudice di prime cure avrebbe dovuto procedere anche al riconoscimento del danno biologico e ad una più consistente determinazione di quello morale in relazione ad un'invalidità permanente del 55% od alle gravissime sofferenze della De Fililippis per i numerosi interventi chirurgici subiti agli arti superiori ed inferiori, alla milza od alla mammella liquidato "all'attualità" il primo in L. 249.234.000, il secondo in L. 66.155.610, ed in L. 1.000.000 la perdita dell'animale e ritenuto, inoltre, che la società assicuratrice avesse colpevolmente omesso ogni pagamento, ha condannato solidalmente i convenuti al risarcimento del 99 % anche di tali voci di danno (sul rilievo che il riconoscimento del 100% incontrava i limiti del petitum, costituito dall'affermazione della colpa - prevalente - dell'automobilista), contro agli interessi legali ed alla rivalutazione ISTAT dal giorno del fatto all'effettivo pagamento (come stabilito dal tribunale con sentenza non censurata sul punto), da versarsi all'INAIL quanto a L. 65.494.054, oltre ai predetti accessori. Avverso detta sentenza ricorre per cassazione Elio De Filippis affidandosi a quattro motivi. Ricorre incidentalmente anche la s.p.a Assicurazioni Generali sulla base di sei motivi. Ad entrambi i ricorsi resistono con controricorso gli eredi di Natalina Persichilli, che hanno anche depositato memoria illustrativa.
L'INAIL non ha svolto attività difensiva

Motivi della decisione

I ricorsi vanno riuniti, siccome proposti avvero la stessa sentenza.
2.1. Col primo motivo del ricorso principale e di quello incidentale i ricorrenti si dolgono - deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 104, 130 e 134 del previgente codice della strada approvato con D.P.R 15 giugno 1959, n. 393, nonché insufficiente e contraddittoria motivazione "sul punto" - che la Corte d'Appello abbia del tutto omesso di considerare il disposto dell'art. 104, comma 2, del codice della strada, il quale prescrive che gli animali debbono essere tenuti il più vicino possibile al margine destro della carreggiata e che chi conduce un animale, pur essendo materialmente un pedone, perde tale sua qualità ai fini della posizione da occupare, e deve dunque tenersi a destra, come prescritto per gli animali, e non sul margine sinistro come stabilito per i pedoni dall'art. 134 Comma I. Affermano che la Corte d'Appello avrebbe dovuto conseguentemente ritenere che la Persichilli intralciasse la circolazione in relazione alla irregolare posizione assunta e che, dunque, avesse casualmente concorso, col proprio comportamento al verificarsi dell'incidente.
2.2. La censura è fondata in relazione alla denunciata falsa applicazione delle norme indicate, mentre la valutazione dell’eventuale concorso causale (e, in caso affermativo, dell'entità dello stesso) al verificarsi del fatto da parte della Persichilli per violazione da parte sua delle norme del codice della strada, dovrà essere effettuata dal giudice del rinvio in relazione alle non contestate risultanze di fatto.
L'art. 104, camma 2, del codice della strada stabilisce che gli animali (come i veicoli sprovvisti di motore) debbano essere temiti il più vicino possibile al margine destro della carreggiata. La norma ai riferisce sia ai veicoli a trazione animale che agli animali da tiro da soma o da sella, per la guida dei primi o per la conduzione dei secondi (cui è abilitato chi abbia almeno quattordici anni ex art. 79, comma 1, lettera 'V'), integranti diverse fattispecie, gli artt. 129 e 130 dettano diverse norme di comportamento. L'art. 130, comma 1, in particolare, regola la circolazione degli animali da tiro, da soma (quale il somaro) o da sella, stabilendo che il conducente deve averne costantemente il controllo e condurli in modo da evitare intralcio o pericolo per la circolazione. Tra le modalità di conduzione, non tipizzate, certamente si annovera quella adottata nella specie, costituita dal tenere il somaro (nella specie, carico) per la cavezza da parte del conducente che proceda a piedi.
La situazione descritta integra dunque circolazione dell'animale, con la conseguenza che, anche quando il conducente dell'animale da tiro, da soma o da sella procede a piedi, non si applica la norma di cui all'art. 134, comma 1, del vecchio codice della strada (approvato con D.P.R 15 giugno 1959, n. 432) che, prescritta per i pedoni, indica nel margine sinistro della carreggiata il lato dove questi devono circolare, ma quella di cui all’art. 104, comma 2, la quale stabilisce che gli animali devono essere tenuti - ovviamente da chi li conduce, che dunque non può procedere su un lato diverso, anche a piedi - il più vicino possibile ai margine destro della carreggiata. E' il caso di precisare che ad identica conclusione deve pervenirsi in base alle disposizioni di cui agli artt. 143, comma 2, 184, comma 1, e 190 del nuovo codice della strada approvato con decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285.
3.1. Col secondo motivo del ricorso principale e di quello incidentale è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 2056 e 2059 c.c., nonché omessa e insufficiente motivazione sull'ammontare e sulla determinazione del danno biologico e del danno morale (il ricorso incidentale fa riferimento al danno morale nell'illustrazione del motivo) per avere la Corte d'Appello liquidato in L. 249.334.000 il danno biologico (sulla base del 55% di esiti della menomazione dell'integrità psicofisica della persona offesa) mediante il richiamo a non meglio precisate tabelle e senza chiarire quale ne fosse il fondamento normativo, così precludendo il necessario contraddittorio tra le parti.
3.2. La censura è infondata.
Costituisce orientamento assolutamente consolidato di questa corte che è del tutto legittima la liquidazione equitativa del danno alla salute in base al sistema cosiddetto del "valore di punto differenziato" (e crescente in relazione all'aumentare del grado di invalidità), enucleato dai parametri applicati in casi analoghi (cristallizzati in tabelle), se - come è accaduto nella specie - il giudice abbia mostrato di avere anche tenuto adeguato conto delle particolarità del caso concreto.
Del pari legittima è - alle stesse condizioni, anch'esse nel caso in esame soddisfatte - la determinazione della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno morale in base al medesimo criterio, in una frazione dell'importo riconosciuto per il risarcimento dei danni alla salute oscillante tra il terzo e la metà, in quanto volta ad evitare che la valutazione inevitabilmente equitativa del danno assuma connotazioni ogni volta diverse, imprevedibili e suscettibili di apparire arbitrarie, anche in ragione della insopprimibile difficoltà di offrire appaganti e controllabili ragioni giustificative di una determinazione quantitativa che ha funzione meramente surrogante e compensativa delle sofferenze indotte dal fatto lesivo costituente reato.