Contrattualistica
a cura dell'Avv. Antonio Carrera

Il lavoratore può perdere il diritto alle ferie solo se rifiuta le soluzioni dell'imprenditore

Corte di cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza 18 Maggio-7 settembre 2001 n. 11516
(Presidente Amirante, Relatore Guglielmuccí; Pm - conforme - Sepe; Ricorrente Antico, Controricorrente Ferrovie dello Stato Spa)

Svolgimento del processo

Il sig. Antonio Domenico Antico, già dipendente della spa Ferrovie dello Stato, la ha convenuta, con ricorso del 27/5/92, innanzi al Pretore di Bari lamentando che la stessa non gli aveva -corrisposto l'indennità sostitutiva dovutagli per 26 giorni di ferie spettantigli e non fruiti per il 1991.
La convenuta ha contestato la pretesa avversaria sostenendo che il lavoratore, nel corso dei 199 1, era stato in malattia dal 6/2 al 27/3, assente per riposi compensativi, sospensione e congedi dal 2813 al 18/4; in malattia dal 19/4 al 28/5, assente per riposi compensativi e congedi dal 29/5 al 30/6 data in cui era stato collocato in quiescenza per prepensionamento: di conseguenza, la mancata fruizione delle ferie non era addebitabile al datore di lavoro, sicché nulla era dovuto a titolo di risarcimento a causa della stessa.
Il Pretore ha rigettato la domanda, ed il sig. Antico ha proposto appello avverso la sua decisione sostenendo che A era responsabilità dei datore di lavoro per aver concesso le ferie mentre il lavoratore era in malattia pur avendo la possibilità di concederle prima.
Il Tribunale di Bari, con sentenza del 25/6/98 ha confermato la decisione impugnata ritenendo che:
1) non sussisteva carenza di procura da parte dell'appellata giacché essa era stata conferita al suo difensore da parte di soggetto cori procura institoria e quindi con rappresentanza sostanziale e processuale;
2) il collocamento a riposo, avvenuto l'1/7/91 poteva esser rinviato solo dal lavoratore proprio in vista delle ferie non fruite: cosa che l'appellante non aveva fatto;
3) la fruizione del periodo feriale era stata, inoltre, impedita dalla malattia avutasi proprio nell'ultimo periodo dei rapporto stesso;
4) emergeva chiaramente che il datore di lavoro non aveva potuto consentire al ricorrente il normale godimento delle ferie per fatti non prevedibili in quanto il lavoratore poteva non ammalarsi, ed anche non volere godere delle agevolazioni connesse al pensionamento, né era impedibile per il sopraggiunto stato di malattia dello stesso: la società si trovò, di conseguenza, nella impossibilità di concedere il residuo delle ferie prima del collocamento a riposo del dipendente. Non sussistendo, di conseguenza, alcuna responsabilità della datrice di lavoro per la mancata fruizione delle ferie non poteva farsi luogo alla corresponsione della indennità che ha carattere risarcitorio;
5) i predetti principi erano stati recepiti in sede di contrattazione collettiva la quale all'art. 52 punto 9 prevede che allorquando la possibilità temporale per la fruizione delle ferie non sia realizzata per causa non imputabile al datore di lavoro, ma per risoluzione dei rapporto di lavoro, nulla è dovuto al lavoratore a titolo di ristoro;
6) per giunta, dal modello P49 non emergeva alcuna istanza del lavoratore di congedo non accolta dall'azienda per motivi di servizio;
7) in conclusione, secondo il Tribunale le norme legali e contrattuali per un verso escludono ogni forma di ristoro e, per altro verso, fanno venir meno lo stesso diritto che in tanto è esercitabile in quanto il rapporto di lavoro sia ancora in corso, giusta quanto sancito dal punto 9 dell'art. 52 ccnl che espressamente detta la condizione "sempreché le stesse (ferie) possano esser godute prima della data di risoluzione o sospensione" del rapporto.

Il sig. Antico chiede la cassazione della sentenza con ricorso sostenuto da tre motivi: la spa Ferrovie dello Stato resiste con controricorso.
Le parti hanno presentato memoria.

Motivi della decisione

Il ricorrente con il primo motivo denuncia falsa interpretazione dell'art. 52 p. 9 del ccnl 90/92, violazione dell'art. 1362 c.c.; violazione del criterio letterale e di quello logico; vizi di motivazione.
Esso sostiene che dalla lettera della predetta clausola risulta soltanto che per l'anno in cui avviene la cessazione del rapporto al lavoratore compete il periodo intero, indipendentemente dal momento in cui avviene la cessazione del rapporto di lavoro, purché le ferie possano esser godute prima della stessa.
Per esso ricorrente dal modello P49 risultava che per l'anno 1991 egli, avente diritto complessivamente a 26 giorni di ferie, che gli residuavano dal 1990, che per iniziativa del datore di lavoro erano state spostate al 1991.
Se il Tribunale avesse preso in considerazione la predetta circostanza avrebbe dovuto rilevare che parte del semestre del 1991 era stata occupata dalle ferie del 1990, parte da malattie del lavoratore, e parte dal regolare svolgimento del servizio. Sul punto esiste un omesso esame ed omessa motivazione in ordine al punto decisivo che il datore di lavoro aveva avuto la possibilità di far godere le ferie nel corso dell'intero mese di gennaio e dei primi 5 giorni di febbraio.
Con il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2109 c.c. e censura la sentenza impugnata per aver ritenuto che spettava al lavoratore richiedere le ferie mentre la loro concessione è oggetto di un preciso obbligo del datore di lavoro.
Con il terzo motivo denuncia violazione dell'art. 1218 c.c. e censura la sentenza per aver ritenuto non imputabile al datore di lavoro l'inadempimento dell'obbligo di concedere le ferie: a tal fine non era sufficiente la sopravvenienza della malattia del lavoratore occorrendo la prova che neanche durante il periodo iniziale, in cui il lavoratore fu in servizio nel 1991, non era stato possibile far godere le ferie al lavoratore per causa non imputabile al datore di lavoro.
L'errore della società è consistito nel non assegnare le residue ferie nel mese di gennaio del 1991 confidando, probabilmente, di poterle assegnare fino al mese di giugno e non prevedendo la possibilità della malattia dei lavoratore. Le censure formulate con i predetti motivi, che per la loro connessione ed interdipendenza devono esaminarsi congiuntamente, sono fondate.

  1. L'impianto censorio del ricorso, sostanzialmente, contesta l'asserzione del Tribunale di non imputabilità al datore di lavoro del mancato godimento delle ferie -con conseguente irrisarcibilità di tale evento - attraverso un duplice ordine di ragioni:
    1. l'arbitrarietà, per violazione di canoni ermeneutici, del ricorso all'art. 52 punto 9 ccnl per supportare la regola ordinamentale della sufficienza della mera non imputabilità del mancato godimento delle ferie al datore di lavoro ai fini dell'esclusione dell'effetto risarcitorio costituito dalla corresponsione dell'indennità;
    2. la non sufficienza, atteso l'obbligo che grava sul datore di lavoro, di adoperarsi per consentire al lavoratore la reale fruizione del periodo feriale, dei riferimento ad eventi (malattie, cessazione del rapporto di lavoro) che possano solo non consentire la stessa secondo la normale programmazione del datore di lavoro ma che non estinguono il predetto obbligo.
    Entrambi i profili censori sono fondati.
    Attribuire infatti all'art 52 punto 9 del ccnl valore e significato di norma di chiusura delle regole relative alla fruizione delle ferie - riconoscendogli la funzione di clausola generale che subordina la fruizione del diritto in questione alla permanenza del rapporto di lavoro con conseguente estinzione dei diritto stesso ove intervenga la cessazione del rapporto di lavoro - viola, sicuramente, il criterio della letteralità.
    La norma, nel suo tenore letterale (riportato al punto 7 dello svolgimento del processo), accorda la fruizione dell'intero periodo feriale - in qualunque momento intervenga la cessazione del rapporto di lavoro - richiedendo che la fruizione di tale beneficio avvenga, tuttavia, prima dell'estinzione del rapporto di lavoro.
    t in proposito significativo che, questa Corte - in una fattispecie in cui la pretesa del lavoratore all'indennità sostitutiva per ferie non godute era fondata proprio su tale norma (Cass. 25/1/2001 n. 96) - abbia ritenuto che la stessa derogando, a favore del lavoratore, al principio di proporzionalità fra periodo lavorato e periodo feriale può - legittimamente - imporre la fruizione di tali "ferie aggiuntive" nel tempo di permanenza dei rapporto, con la conseguenza che ove ciò non avvenga, attesa la natura di beneficio contrattuale delle ferie in questione, non residua per il lavoratore alcuna pretesa indennitaria.
    Ne consegue che l'errore ermeneutico non rendeva invocabile la norma contrattuale in questione per supportare la tesi della non spettanza dell'indennità per non imputabilità al datore di lavoro del mancato godimento dei periodo feriale.
  2. Fondato è anche l'ulteriore profilo di censura con il quale, come si è detto (punto b) si contesta che eventi quali l'assenza per infortunio o malattia o la cessazione del rapporto di lavoro per fatto dipendente dal lavoratore (prepensionamento) siano idonei ad assolvere il datore di lavoro dal suo obbligo di organizzare l'attività aziendale in maniera tale da consentire al lavoratore la piena fruizione dei suo diritto, con conseguente esonero da obblighi risarcitori per equivalente.
  3. Va in proposito rilevato che questa Corte, con recente decisione (21/2/2001 n. 2569), risolvendo la questione relativa alla esistenza di un diritto alla reale fruizione del periodo feriale, anche oltre l'anno di riferimento, ha ritenuto che il diritto alla fruizione effettiva dei periodo feriale trova il suo fondamento nell'art. 2058 c.c. e che il risarcimento in forma specifica previsto da tale norma è la maniera giuridicamente più rispondente a reintegrare il diritto del lavoratore ad assentarsi legittimamente dal lavoro, ricevendone la normale retribuzione, nell'ambito di una fisiologica alternanza fra lavoro e non-lavoro.
    Solo ove esso risulti eccessivamente gravoso per il datore di lavoro può farsi luogo al risarcimento per equivalente.
  4. Ora, la trama giuridica che sostiene tali asserzioni si caratterizza per il riconosciuto rango costituzionale del diritto alle ferie - e la sua fondamentale funzione ai fini di un equilibrato svolgimento del rapporto di lavoro - sicché esso, come non tollera una sua monetizzazione, se non per comprovate esigenze aziendali, alla stessa maniera, non consente che l'obbligo gravante sul datore di lavoro, ai sensi dell'art. 2109 c.c., di adoperarsi per rendere effettiva la sua fruizione possa ritenersi non adempibile con conseguente esonero del datore di lavoro da obblighi risarcitori (in senso specifico o per equivalente) per eventi il cui accadimento ha nell'ambito del rapporto di lavoro carattere di normalità (assenza per malattia, per aspettative, pensionamenti).
  5. Sulla base di quanto da questa Corte statuito in un caso del tutto analogo al presente, in altra recente decisione (19/10/2000 n. 13860), sebbene con costrutto giuridico in parte difforme da quello contenuto nella decisione n. 2569/2001, deve affermarsi che è solo l'irragionevole rifiuto del lavoratore di accettazione di ogni soluzione, offerta dal datore di lavoro, in grado di contemperare il suo diritto al non-lavoro retribuito ed esigenze di funzionalità aziendale, l'elemento estintivo dello stesso diritto alle ferie e delle conseguenziali pretese risarcitorie in senso specifico o per equivalente.

La sentenza va quindi cassata e la causa rimessa ad altro giudice che si atterrà alle predette regole di diritto.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata, e rinvia.

IL COMMENTO

Il problema della maturazione del diritto del lavoratore alle ferie annuali per effetto dì malattia o periodi di aspettativa, è affrontato dalla sentenza 11516/2001, che afferma che il diritto di fruire delle ferie, prima della cessazione del rapporto, non viene meno a causa di malattia o periodi di aspettativa, con la conseguenza che il lavoratore ha diritto alla percezione dell'indennità sostitutiva delle ferie non godute.

La Corte di cassazione, nell'accogliere il ricorso proposto dal lavoratore ha completamente ribaltato le argomentazioni dei giudici di merito, affermando il principio secondo cui il rango costituzionale del diritto alle ferie non consente che l'obbligo gravante sul datore di lavoro, ai sensi dell'articolo 2109 del Cc, di adoprarsi per rendere effettiva la sua fruizione possa ritenersi non adempibile, con conseguente esonero dei datore di lavoro da obblighi risarcitori per eventi il cui accadimento ha, nell'ambito del rapporto di lavoro, carattere di normalità (assenza per malattia, aspettative o pensionamenti).

Nella stessa sentenza i giudici di legittimità, richiamando quanto già statuito in un caso del tutto analogo al presente dalla stessa Suprema corte (sentenza 19 ottobre 2000 n. 13860) ribadiscono il principio che solo il ragionevole rifiuto del lavoratore di accettazione di ogni soluzione, offerta dal datore di lavoro, in grado di contemperare il suo diritto al non lavoro retribuito a esigenze di funzionalità aziendale, determina l'estinzione dello stesso diritto alle ferie e alle conseguenziali pretese risarcitorie in senso specifico o per equivalente.