Famiglia
a cura dell'Avv. Antonio Carrera

CIRCA I RAPPORTI PATRIMONIALI TRA CONIUGI
UN "MATRIMONIO ALLA AMERICANA" ANNUNCIATO SOLO DALLA STAMPA

Il Commento

Nuovamente, i mass media hanno accolto con trionfo la sentenza di cui sopra sottoline-ando come, finalmente, anche in Italia sia arrivato il patto di divorzio all'americana, e che con tale sentenza i giudici della Suprema Corte - disattendendo la propria, precedente, antiquata, giurisprudenza - abbiano compiuto una piccola rivoluzione, riconoscendola validità di un contratto privato stipulato da una coppia in crisi prima del divorzio. Nuovamente, la realtà è ben diversa da quello che si è voluto far apparire.

NEL CASO SPECIFICO - In sede di separazione con sensuale, a tacitazione di ogni pretesa economica della moglie i coniugi stessi - con un accordo parzialmente recepito nel verbale di separazione - avevano previsto che il marito erogasse un assegno mensile, espressamente indicato di mantenimento alla moglie sua vita natural durante. In sede di divorzio il marito aveva chiesto che fosse dichiarata la nullità dell'accordo in questione, con conseguente insussistenza del suo obbligo di dovere alcunché all'ex coniuge in forza titolo riportato. Con la sentenza 8 109/2000 la Suprema corte ha confermato la sentenza dei giudici del merito che aveva disatteso l'istanza del marito, confermando, pertanto, in pratica, l'obbligo di quest'ultimo di corrispondere un assegno di mantenimento alla ex moglie per tutta la vita di questa e, quindi, in pratica, anche in caso di nuove nozze di questa con un terzo. Poteri dispositivi dei coniugi e divorzio - Quindi, è evidente che il reale problema all'attenzione dei giudici della Suprema Corte fosse: "le parti hanno la facoltà - in sede di separa-zione personale o, eventualmente, anche prima, in occasione delle loro nozze - di fissare l'assetto del futuro divorzio, o, meglio, un accordo del genere viola i diritti indisponibili?". Il problema, non è la prima volta che viene posto, e la Suprema Corte, prima di questa sentenza, lo ha sempre risolto affermando (anche se con diverse sfumature), che essendo sottratto alla disponibilità delle parti il potere di regolare in via preventiva e autonoma gli effetti patrimoniali del divorzio, è irrilevante, ai fini del riconoscimento dell'assegno di divorzio, l'accordo intervenuto tra i coniugi al momento della separazione con il quale essi abbiano regolato ogni loro rapporto patrimoniale e dichiarato di non avere l'un l'altro, alcunché a pretendere, o abbiano, quantificato ora per allora la misura dell'assegno di divorzio (Cassazione, 7settembre 1995 n. 9416, 10 aprile 1992 n. 4391 e 4 giugno1992 n. 6857). Sempre su questa traccia, in altre occasioni, la Suprema Corte, ha affermato che gli accordi economici intervenuti fra i coniugi al momento della separazione non possono spiegare efficacia preclusiva alla determinazione giudiziale dell'assegno di divorzio, in quanto se la causa di tali accordi fosse la liquidazione preventiva. e forfettaria dell'assegno di divorzio, essi sarebbero nulli, sia per l'indisponibilità dell'assegno di divorzio, che ha natura eminentemente assistenziale, sia per illiceità della causa. (Cassazione, sentenza 11 giugno 1997 n. 5244). Inoltre, la Suprema Corte, continuando sulla linea tracciata, ha affermato che gli accordi con i quali i coniugi fissano in sede di separazione il regime giuridico del futuro ed eventuale divorzio devono considerarsi invalidi per illiceità della causa, sia nella parte riguardante i figli, sia in quella concernente l'assegno spettante all'ex coniuge, in forza dell'indisponibilità preventiva dei diritti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio (Cassazione 20-03-1998 n. 2955). Quindi, possiamo, senza ombra di dubbio, per quanto sopra esposto, che per la nostra giurisprudenza, visto come è strutturato il divorzio e l'indisponibilità dei diritti patrimoniali che ne derivano, l'accordo fra coniugi separati, con cui si preveda la persistente operatività di patti aventi contenuto economico anche in regime di divorzio è nullo (Cassazione, sentenza 10 aprile 1992 n. 4391). Tali precedenti, anche se consolidati hanno portato la Suprema Corte, nel caso specifico, ad una conclusione ben diversa. La Suprema Corte, avrebbe potuto sostenere, che il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale giuridica dei coniugi (Costituzione, articolo 29, secondo comma), che la Costituzione riconosce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali (Costituzione, articolo 2), e che contrasta con tali principi interpretare le disposizioni vigenti nel senso che gli sposi non possano, anche solo eventualmente, già prima delle nozze, in sede di contratto matrimoniale, prevedere le conseguenze del futuro naufragio del loro matrimonio, stabilendo da subito le condizioni della futura, eventuale, separazione, o della, eventuale, pronuncia di divorzio, stabilendo in modo rigido i rispettivi obblighi patrimoniale, nonché, circa l'affidamento degli eventuali figli, come succede in altri ordinamenti positivi, come, ad esempio, in alcuni degli Stati Uniti d'America. Solo nel caso la Suprema Corte avesse fatto propria una tale conclusione, motivando adeguatamente il proprio dissenso rispetto alla - contraria - giurisprudenza anteriore, la relativa pronuncia veramente certamente costituito quel qualcosa di clamoroso anticipato dai mass media. Invece, la sentenza in esame, invece di prendere, decisamen-te, posizione sulla questione, ribaltando - eventualmente - la pregressa giurisprudenza in proposito, ha preferito una posizione di compromesso: da un lato, infatti, ha confermato la precedente giurisprudenza, dichiarando che la stessa esprime un orientamento pienamente condiviso che deve essere mantenuto fermo; dall'altro, invece, ha affermato che i principi ivi enunciati non si possono applicare al caso di specie, poiché la fattispecie presenta posizioni rovesciate rispetto a quanto si era verificato nei casi già presi in considerazione dalla Suprema Corte. Il principio sopra richiamato (nullità per illiceità della causa, dell'accordo fra coniugi separati, con cui si preveda la persistente operatività di patti aventi contenuto economico anche in regime di divorzio) - si sottolinea - è stato (in precedenza) affermato in fattispecie nelle quali gli accordi preventivi erano invocati per paralizzare o ridimensionare la domanda diretta a ottenere l'assegno divorzile, mentre la fattispecie presenta posizioni rovesciate in quanta è il coniuge che avrebbe potuto essere onerato che invoca il principio per ottenere l'accertamento negativo del diritto altrui. Naturalmente, in base al nostro ordinamento ed alla nostra Costituzione, una conclusione del genere, a differenza di quella che in termini assoluti avesse risolto il problema in termini opposti a quelli ritenuti dalla giurisprudenza anteriore, non può essere accettata per manifesta violazione degli articoli 1421 del C.C. e 3 della. Costituzione. Con la sentenza in esame, si è voluto sostanzialmente, affermare che: quando accordi pregiudicano o limitano, in qualche modo, i diritti dell'ex coniuge richiedente l'assegno tali accordi sono certamente nulli e degli stessi non deve tenere alcun conto il giudice nel pronunciare sulla richiesta di assegno. Invece, quando detti accordi, sono a vantaggio del coniuge nei cui confronti è chiesto l'assegno gli accordi stessi sono validi e sussiste a carico di colui che deve l'assegno, l'obbligo di versarlo vita natural durante dell'altro. La Suprema Corte, inoltre ha sottolineato che nel caso specifico, l'accordo in esame aveva la funzione di porre fine ad alcune controversie di natura patrimoniale insorte tra i coniugi, senza alcun riferimento, esplicito o implicito al futuro assetto dei rapporti economici tra i coniugi conseguenti all'eventuale pronuncia di divorzio, né, prosegue la sentenza, un rapporto tra il negozio transattivo e l'eventuale e futuro divorzio può derivare per il fatto che una parte di tale accordo sia stata trasfusa nella separazione consensuale, non essendovi alcun nesso di strumentalità o di consequenzialità necessaria tra detta separazione ed il futuro ed eventuale divorzio. Si ritiene, quindi, che non vi è stata quella svolta tanto sbandierata, e che difficilmente, su tale decisione, si potrà basare una nuova giurisprudenza in tema di liceità degli accordi divorzili stipulati in sede di separazione o, eventualmente, in prima.

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